Downside Up

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00:50 - venerd́ 03 settembre 2010


siouxsiecddownside120

Recensione Downside Up

Siouxsie And The Banshees

Voto utenti: 7

Casa discografica: N/D

Una raccolta di facciate b lunga quattro dischi (tre e mezzo, facciamo, visto che l'ultimo è un Ep di 20 minuti) può essere considerato in vari modi. Un ego trip, per esempio, un esercizio di vanità; o magari anche un prodotto di plastica, uno di quelli che le case discografiche amano mettere in cantiere in tempi come questi, quando le idee sono poche e gli archivi lì a disposizione. Per Siouxsie Sioux, in realtà, è un sogno che si avvera. Un sogno lungo quasi vent'anni, visto che «già nel 1986 mi ero immaginata una compilazione del genere, ma tutti facevano orecchie da mercante»; un sogno che vuole dimostrare qualcosa, alla ricerca di un sacro fuoco Banshees anche nei retri, nei brani inventati sul momento e poco rifiniti, perché era la fretta, anche e soprattutto, una delle muse ispiratrici quando si trattava di chiudere un singolo con una facciata b (e qualche volta anche una c). «Di solito i pezzi li si provava poco o proprio niente - scrive la Signora in Nero nelle note - e poi si andava in studio per il week end e in un sabato e una domenica dovevamo scrivere, registrare e produrre un paio di canzoni. Ci siamo sempre espressi al meglio in queste condizioni di emergenza. E il lunedì mattina era tutto a posto, spesso uscivamo dallo studio giusto quando arrivavano quelli delle pulizie». Donwside Up è un bell'oggettino discografico, uno smilzo rettangolo di quattro CD con rossa grafica floreale e un libretto che non vale tanto per le note di Mark Paytress (il biografo ufficiale dei Banshees) ma piuttosto per i commenti puntuali brano-per-brano di Siouxsie, di Steve Severin, di Budgie, gli attori più assidui di questa storia lunga vent'anni. Capita di rado che i musicisti rock spendano tanta attenzione per le loro creature minori, è più facile che liquidino tutto con una battuta o un non ricordo. Qui invece fioriscono le memorie, gli aneddoti, le citazioni e si delinea una storia della band dalle origini al fatale 1995, dal tenebroso uovo punk al finale di partita, che musicalmente è stanco ma pur sempre animato da idee non convenzionali: Hang Me High, facciata b dell'ultimo singolo Stargazer, nasce dalla storia (vera?) di una giovane italiana del Sud che ha le stimmate, viene giudicata prima santa e poi ciarlatana e, mentre qualcuno la venera e altri la denunciano, muore per emorragia. Facile dire che le cose migliori stanno nel primo CD, 1978-1982. È il periodo magico dei Banshees, lo sboccio di quei loro tenebrosi fiori (Cannibal Roses si intitola una canzone) che cambieranno la flora della scena britannica. Ogni brano è una scommessa, una sfida, un‘idea avventurosa. Voices On The Air sparge la voce algida di Siouxsie su un tappeto elettronico ispirato da una oscura facciata b di David Bowie; Pulled To Bits gioca sul contrasto, sapientemente fastidioso, tra una canzone pelle-ossa e rumori di bambini che giocano in un parco; Obsession II cerca di meritarsi il titolo con un viaggio nel profondo della claustrofobia, immaginando una voce che provenga da sott'acqua. C'è in quasi tutti i brani quel senso di paura, di angoscioso smarrimento che Siouxsie ha sempre confessato di amare e di voler trasmettere alla sua musica, e che gli appassionati hanno recepito negli anni come il regalo più prezioso. «Al mio primo chitarrista John McKay feci vedere la scena della doccia di Pyscho come esempio di quello che avrei voluto: una musica che non solo accompagna ma amplifica il senso di emozione e di spavento delle immagini». McKay se ne va, poi se ne va anche il sostituto, il grande John McGeoch, sia gloria alla sua anima rock. L'ultima volta che è in studio, 1982, per la facciata B di Melt!, sembra non seguire più l'invasata leader sui tracciati della sua fantasia. Il brano è Il est né, le Divin Enfant, una vecchia carola di Natale che Siouxsie ha recuperato da chissà quale ripostiglio dei ricordi. McGeoch finisce per suonarci solo tromba e tastiere, non la chitarra. È come se non volesse firmare quello strano mostricino musicale. Ma Siouxsie non lo ascolta, come non ascolterà nessuno nel prosieguo della storia, passando da allusioni a feste messicane (El dia de los muertos) a leggende di una immaginaria Africa Nera (Congo Conga), da letture di cronaca o fantascienza che diventano testi spinosi fino a musiche ispirate a suggestioni cinematografiche (possono essere Morricone o i film peplum, o il Kubrick di 2001 Odissea nello spazio). Tutto nutre l'avida mente della signora, tutto eccita la sua fertile mente e in pochi passaggi diventa canzone. Non dimenticheremo le cover, non ce ne sono tante ma hanno gusto e spiegano qualcosa. Uno si aspetterebbe i New York Dolls o altri cattivi maestri e invece trova il pacioso Ben E. King e Supernatural Thing (non stiamo ad arrampicarci sui vetri, è un altro detrito adolescenziale), Marc Bolan e 20th Century Boy, perfino i Modern Lovers di She Cracked - che al di là di tutto (della teorica distanza stilistica, voglio dire, della lontananza fra tribù di appassionati) è una gran bella scelta e va ad omaggiare il mai rivalutato abbastanza Jonathan Richman nei suoi anni fulgidi. Per arrivare al dunque, a Lou Reed e ai Velvet Underground che sono la vera radice Siouxsiana, bisogna attendere il finale di partita, la metà anni '90. Una versione live di All Tomorrow's Parties appare sul retro del singolo di O Baby. È stata registrata nel 1991 allo Universal Amphitheater di Los Angeles, durante un Christmas Party organizzato da una emittente radio californiana. I Banshees sono in formazione estesa, a sestetto - Jon Klein suona la chitarra o, meglio, la sfrigola come la viola originale di John Cale mentre Talvin Singh, non ancora una star, suona umilmente le tabla. Dicevamo dell'ultimo disco, che è mezzo. Sono quattro brani del 1984 con una ipotesi di «ultra Banshees con archi», in un periodo in cui curiosità e inquietudine, smanie e scontentezza si mescolavano dando vita a strani intrugli. Sono due pezzi nuovi e due riscritture, di Voices On The Air e Red Over White, che peraltro non valgono gli originali. È giusto un'idea, e un test per il nuovo chitarrista John Carruthers; anche se in origine quelle parti dovevano essere registrate (e lo furono, ma poi vennero cancellate) da Robert Smith nel periodo in cui il signor Cure bazzicò indecisamente i Banshees, un po' per amicizia e un po' meditando il grande salto, prima di ritornare alla sua creatura diletta. I fan di Smith troveranno comunque tracce del loro eroe in due altri brani, There's A Planet In My Kitchen e The Whole Price Of Blood, usciti in epoche diverse ma entrambi riferiti alla stagione di Hyaena, 1984. Non per sopravvalutare il Ragazzo Immaginario, ma il suo passaggio finale nella storia del gruppo chiude in qualche modo gli anni più fervidi e pulsanti e segna l'inizio di una strisciante «normalizzazione». Non saranno mai un gruppo banale, i Banshees; ma se ascoltate il terzo cd e anche la parte finale del secondo vi accorgerete di come piano piano cadano i denti più affilati e muti l'approccio alla musica, meno smanioso, struggente, più comodo. Siouxsie emerge dagli abissi del Goth che ha ferocemente scandagliato negli anni giovani, come uno squalo; e non sembra così misteriosa e ieratica, e non si compone più la tintinnante collana di Hitchcock Poe Velvet Ziggy & Iggy, e molto sangue è finto. (riccardo bertoncelli) Siouxsie & The Banshees -Downside Up (Polydor, 4CD) ***½

(00:00 - 28 feb 2005)


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