Tumbleweed Connection

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00:07 - marted́ 16 marzo 2010


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Recensione Tumbleweed Connection

John Elton

Voto utenti: 10

Casa discografica: N/D

Elton John fu «la prima grande rock star degli anni ‘70», come scrisse Robert Hillburn sul Los Angeles Times nell'agosto 1970, consacrandolo dopo il suo primo concerto americano. Lo so che è difficile farlo capire a chi non c'era, ai tanti che hanno in mente un Elton John bolso, autoparodistico, molto più vecchio dei suoi anni, e più che alle canzoni sono interessati ai suoi occhiali o alle sue zeppe. Ma ci fu un tempo in cui Elton John era giovane, vitale e ricco di idee, e fu un tempo felice. Una stagione in cui il rock riscoprì la canzone, dopo aver perseguito la distruzione delle forme con gli acidi della psichedelia e del progressive. Accadde giusto agli inizi dei '70, con la grande scuola delle Joni Mitchell e Carole King, dei James Taylor, dei Randy Newman; e con il fiammeggiante esempio di Reginald Dwight, in arte Elton John, un britanno puro con una sua idea fantastica di America, bianca e nera, capace di mettere in belle canzoni romantiche o boogie i suoi amori e il suo mestiere. Tra il marzo del 1970 e il maggio 1972, poco più di due anni, pubblicò la bellezza di quattro album di inediti, una colonna sonora e un live, oltre a qualche pezzo sparso su 45 giri - così, per gradire. Era una macchina di musica, aveva imparato a scrivere presto e bene con una dura gavetta a 10 sterline la settimana, musicando per le edizioni di Dick James i testi che gli arrivavano via posta da un giovane paroliere che neanche conosceva di persona, Bernie Taupin. Quando finalmente riuscì a trovare spazio come interprete, all'alba del 1969, la coppia affinò i suoi prodotti ma il ritmo rimase infernale, spaccando in due pubblico e critica. «Si trattava di musica usa e getta o di un impianto per il riciclaggio dei rifiuti?», ha scritto Robert Christgau sulla Storia del rock di Rolling Stone. Né l'una né l'altro, in effetti. Pur con il ricorso a qualche filler, come no?, gli album di Elton John erano pieni di belle canzoni e proponevano un nuovo stile, innestando elementi di rock sul ceppo della classica canzone pop e dando al pianoforte nuova linfa, seguendo l'esempio di un maestro amatissimo dall'artista e oggi praticamente dimenticato - Leon Russell. Elton John incide ancora oggi, è appena uscito un Peachtree Road con registrazioni nuovissime. Ma se si vuole ascoltarlo fresco e ispirato, come qualcuno forse neanche immagina, bisogna tornare agli anni che prima dicevamo, agli inizi della storia. Non c'è un album che raccolga l'unanimità dei consensi, ognuno ha un suo preferito. Io scelgo Tumbleweed Connection, il terzo, ottobre 1970, anche se la storia dice che non godette di straordinaria fortuna e soprattutto non ebbe riflessi sul mercato dei 45 giri, dove per anni Elton furoreggiò. È il secondo disco prodotto da Gus Dudgeon e l'unico di quel periodo in cui manca la firma di Paul Buckmaster, l'arrangiatore di fiducia. Così niente orchestra in senso classico, e forse proprio questo mi piace: un tappeto sonoro molto «American Sixties», più asciutto e colorito, con un tripudio di chitarre acustiche, elettriche, 12 corde e steel, e il pianoforte di John che in quel giardino produmato cerca il suo spazio. Due canzoni almeno svettano con personalità: Country Comfort, che Rod Stewart riprenderà splendidamente di lì a poco in Gasoline Alley, e Burn Down The Mission, uno dei capolavori dell'artista, uno dei suoi segni più marcatamente rock - c'è un pianoforte inquieto che scappa dalle dolcezze delle chitarre acustiche e dell'organo di Brian Dee, e va ad abbracciare non solo Russell ma tutta la grande tradizione del boogie rock, fino a Jerry Lee. Altro di bello è più nascosto, tra le pieghe: come Ballad Of A Well-Known Gun o Where To Now St. Peter?, con la chitarra stranita di un ottimo musicista che in quel periodo frequentava spesso John, Caleb Quaye. Anche Love Song è una delizia, e una rarità. È l'unica canzone dell'album che non porta la firma di John e Taupin. Venne scritta da Lesley Duncan, che appare nel brano come cantante e chitarrista, e porta il curioso Elton in un dolce mondo West Coast che, un anno dopo Woodstock, è già quasi storia più che attualità. Sarebbe stato divertente insistere su quella pista, invece ci restano solo tre minuti e quaranta secondi per immaginarci con malizia come avrebbe potuto suonare un Crosby, Stills, Nash & John. Tumbleweed Connection è disponibile in una nuova versione in Superaudio cd ibrido/5.1. Surround insieme ad altri dischi del suo catalogo classico: Elton John, Honky Chateau, Madman Across The Water e Captain Fantastic & The Brown Dirty Cowboy. Rispetto all'originale del 1970, presenta due bonus track peraltro già presenti in una precedente ristampa cd. Sono Into The Old Man's Shoes, a suo tempo facciata B del singolo di Your Song, e la versione originaria di Madman Across The Water, la canzone che avrebbe intitolato l'album successivo di Elton John, novembre 1971. (riccardo bertoncelli) Elton John - Tumbleweed Connection (Mercury) ***½

(00:00 - 13 dic 2004)


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