Recensione The Rising
Bruce Springsteen
Voto: 
Voto utenti: 
Casa discografica: sONY
Anno: 2002
Dal dizionario 24.000 dischi
Bruce Springsteen
Una delle campagne promozionali più massicce e coinvolgenti degli ultimi anni svela alla fine un disco assolutamente prevedibile: lo Springsteen di The Rising è come tutti potevamo immaginare, generoso appassionato epico retorico, con gli ennesimi scampoli della sua ben nota stoffa musicale. È vero che è il primo disco con (tutta) la E-Street Band dai tempi remoti di Born In The Usa , 1984, ma sotto il profilo musicale è un dettaglio che non sposta il quadro generale. Semmai può importare simbolicamente; come «una risposta alla solitudine attraverso il fare musica insieme», per usare le parole di Alessandro Portelli in un bel commento che la Sony Records gli ha commissionato per l'occasione. (Portelli ha anche curato la traduzione dei testi in italiano, allegati nel fascicolo del CD insieme agli originali). L'11 settembre è il motore dell'album, com'è stato ampiamente raccontato prima ancora che il disco venisse pubblicato. È l'urlo di un mondo malato, una maledizione che segna profondamente i testi ma a cui Springsteen non vuole arrendersi: The Rising,Into The Fire, Waitin' On A Sunny Day, Countin' On A Miracle, sono molti i testi che parlano di riscossa e di speranza, nella tipica lingua springsteeniana - che non è più esuberante e cinematografica come negli anni giovani ma egualmente forte, icastica, con semplici immagini eloquenti che riecheggiano spesso l'immaginario del blues. Ancora Portelli: «Tornano sempre alcune parole chiave: "dark", buio, "dust", polvere, "empty", vuoto, "blood, sangue, "fire", fuoco». Sui testi aleggia un senso acuto del dolore, che la musica però non sempre si carica sulle spalle. La musica spande più volentieri il suo sorriso ottimista, con i registri ben noti del soul rock, con le scansioni secche della sezione ritmica, il pumping piano di Roy Bittan, le infiorettature di sax di Clarence Clemons. Il produttore, Brendan O'Brien, ha stretto un po' le viti ma non ha certo cambiato il paesaggio. È un ospite anche lui, per quanto illustre, un invitato nel mondo che è di Bruce e solo suo; un mondo con lunghe e solide radici nel passato, nei Cinquanta che nonostante tutto si ascoltano in filigrana, nel R&B classico e nel doo wop, perfino nei vecchi dischi della E-Street Band - c'è una festa da Mary, in Mary's Place, e forse suoneranno Roy Orbison e lei agiterà la sua gonna a pieghe, «like a vision she dances across the porch», come quella volta lontana di Thunder Road. Un disco serio e appassionato, che però non convince sino in fondo. Piacerà agli springsteeniani, che 18 anni fa erano ben più esigenti e tagliarono a pezzi Born In The USA solo perché c'era l'eco di qualche artificio elettronico; qui accetteranno tutto, prendo scommesse, anche certi frivoli passaggi come Let's Be Friends, anche un taglia-incolla di Springsteen già ascoltati come Waitin' On A Sunny Day. Io li seguo fino a un certo punto; fino alle ballate e ai mid-tempos più meditati e carichi di emozione, come per esempio Countin' On A Miracle o quello struggente quadro d'amore famigliare che è You're Missing. Ce ne sono due di queste canzoni da brivido giusto in fondo all'album, Paradise e My City Of Ruins; e mi sembra una bella chiusura anche per il contrasto con i testi, per nulla dolci, anzi, inquietanti - un terrorista che cerca il suo paradiso in un mercato affollato di gente e «un cerchio rosso sangue sulla fredda terra scura», in una «città di rovine» che forse non è New York ma il mondo interiore, la perduta innocenza di un cinquantenne arrivato ai giorni nostri. (riccardo bertoncelli)
(12:47 - 02 mag 2005)









