Recensione Lucio Battisti - Il cofanetto
Lucio Battisti
Voto: 
Voto utenti: 
Casa discografica: Numero Uno
Anno: 2006
Dal dizionario 24.000 dischi
Lucio Battisti
Vent’anni fa era materia radioattiva, oggi è storia pura. Molti appassionati si offesero quando Battisti abbandonò Mogol e "l’intronata routine del cantar leggero" trovando, dopo un album di transizione (E già), la via dell’electropop e le acrobazie parolibere di Pasquale Panella. Sbagliavano, come oggi sbagliano i fantasiosi revisionisti che vogliono issare questo secondo Battisti in alto in alto, più profetico epocale importante del primo. Non esageriamo, dai, anche se in effetti riesce difficile quando la morale del finale Battistiano è giusto quella: l’esagerazione, lo spiazzamento, il paradosso a tutti i costi, un’accanita assenza per affermare una violenta presenza.
In questo cofanetto che non poteva che chiamarsi così, le quaranta canzoni che i due scrissero insieme nel decennio scarso in cui collaborarono, tutte le canzoni di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, C.S.A.R,Hegel: gioie di uno scrigno, per dirla con PP, così chiamate "non solo perchè sono preziose ma perchè danno intimamente gioia". Segue dibattito. Io resto dell’idea che in tutto il lotto le gioie vere siano non più di una dozzina (tutto Don Giovanni più qualche perla sparsa) e il resto non valga gli sforzi di originalità e gioco e sorpresa; e che la strada elettronica fosse quella giusta ma l’esploratore Lucio non era in fondo così audace, curioso, perspicace.
Le ultime canzoni comunicano un senso di buffa pena (o triste divertimento, fate voi). Lucio e Pasquale volevano isolarsi su una nuvoletta loro e tutta loro, e invece quei cancheri di appassionati e giornalisti non mollavano mai la presa, con i loro insulti, con i loro abbagli.
Riccardo Bertoncelli
(13:53 - 18 ott 2006)









