Recensione Il vuoto
Franco Battiato
Voto: 
Voto utenti: 
Casa discografica: Universal
Anno: 2007
Dal dizionario 24.000 dischi
Franco Battiato
Leggo con un brivido che questo è il 29° album della discografia di Battiato, pop e contemporanea tutto compreso. Verrebbe da dubitare di stanchezza & sfiatamento ma l’autore ci assicura di sentirsi felice e ispirato e, a un primo ascolto, non si riesce a dargli torto. Di sicuro Il vuoto vale più di Dieci stratagemmi e di Ferro battuto, le ultime raccolte di canzoni, per via di una qualità superiore del repertorio e di un elusivo quid che forse non val la pena di scervellarsi a definire, basti "l’ispirazione" che dice Battiato: ogni tanto scattano connessioni speciali e questo è il caso, "è come quando uno si innamora, non è che il giorno prima decide ‘domani mi innamoro’. È una cosa che deve arrivare - stavolta è arrivata."
È un album lirico, pacato, impressionistico che per paradosso rende meglio nei rari casi in cui l’aria si fa elettrica e i nervi pulsano: come in Game Over, con un ritmo irresistibile modellato intorno ai vocalizzi di un cantante mongolo, o ne Il vuoto, primo singolo, nato dalla lettura di un sondaggio dell’Oxford Dictionary sulle 100 parole della lingua inglese più usate al mondo. Battiato ne ha scelte venti e le ha infilate in una delle sue elettriche collane, "year play rest my way day/ thing man your world life", a tratteggiare ancora una volta i giorni strani che viviamo, "le patologie del nostro quotidiano" - lo aiutano nel disegno due giovani bande rock, gli FSC di Davide Ferrario e le MAB, giovani ragazze sarde che vivono e lavorano in Gran Bretagna.
Il "senso di vuoto/vuoto di senso" della title track non introduce a pessimismi e cosmiche malinconie. Tutt’altro. C’è una testarda voglia di gioia e semplice felicità in tanti passaggi, e gusto nell’emozionarsi guardando soprattutto la Natura: alberi di ciliegio, odori di erbe bruciate, cieli illuminati e stagioni tiepide abitano i testi, scritti come sempre con Sgalambro, con il fantasma del passato che ogni tanto irrompe con le sue immagini - ci sono i Beatlesdel ‘63 in Stati di gioia, "un pomeriggio assolato da un juke box di un bar completamente vuoto/ ‘She loves you ye ye ye’".
Riccardo Bertoncelli
(17:09 - 12 feb 2007)
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Forse è sbagliato fare dei paragoni tra album prodotti durante la carriera di un artista; in fondo, impegni contrattuali a prescindere, ogni opera che un artista compone nell'arco della sua vita è il risultato di eventi, umori che attraversa, attimi colti e poi tradotti in musica, nel caso di musicisti. Quindi, vista da questa prospettiva, ogni opera va rispettata in quanto tale. Ma se si analizza il punto di vista di chi fruisce dell'opera stessa è inevitabile fare un confronto con tutto ciò che si è seguìto nell'arco della produzione dell'artista. Non significa "sentenziare" o robe del genere; ma semplicemente rileggere gli umori di cui sopra, per esempio...come se gli umori di una persona cambiassero da album ad album e da lì si avesse la possibilità di "leggere" gli umori di un artista nel tempo. Battiato da un pò di tempo non sembra sia di umore particolarmente ispirato, men che meno in questo ultimo lavoro (quantunque egli sostenga che questo è un dei suoi lavori più ispirati di sempre). L'impressione è che abbia avuto le idee chiare su cosa fare e come tradurle in musica e versi, ma che il risultato finale non sia stato quello delle sue buone intenzioni. Per dirla con un espressione siciliana: alla fine non "quaglia". O perlomeno, quaglia pochissimo. E nei pochi episodi riusciti non c'è quel Battiato a cui siamo stati abituati fino alla metà degli anni Novanta, ultimo periodo veramente ispirato. Quel Battiato che anche in brani apparentemente semplici riusciva ad essere di grande profondità, musicale e lirica. Io sono dell'idea che la presenza di Manlio Sgalambro non riesca a dare quel quid che avevano i suoi testi; perché la "canzone" è musica e testo assieme: è la somma delle due parti; nel caso di Battiato, la caratteristica fondamentale, a parere del sottoscritto, è che c'era una corrispondenza biunivoca PERFETTA, data dal fatto che l'eccentricità degli arrangiamenti ed una sorta di "ingenuità" (nel senso positivo del termine) si riflettevano nei testi (anche i testi più profondi da Battiato scritti hanno sempre una bellezza artistica diversa), e viceversa. Non è la stessa cosa nel caso dei testi scritti dal filosofo Sgalambro, spesso troppo austeri, troppo seriosi e troppo poco artistici, con la stessa grazia e/o ispirazione di un carpentiere che tenta di suonare la batteria con un martello (o, se si preferisce, come un violinista che tenta di piantare un chiodo con un archetto e non ho niente contro le due categorie). E questa unione artistica fra i due ha tolto quella corrispondenza di cui sopra facendo perdere la magia nei brani. Forse l'unico lavoro della collaborazione davvero ispirato è stato il sottovalutato "L'ombrello e la macchina da cucire"; poi... Ne "Il Vuoto" si salva la seconda parte del disco e paradossalmente gli episodi migliori sono il meno scheletrico dell'album "Game is Over" (che a me sembra quasi un raga-rock del Duemilasette) e quello di più Battiat-iana memoria, nel senso "Ottantino" del termine, cioè "Io Chi Sono?"; a tratti "Stati di Gioia". Per il resto, molto meglio i lied del "Cammello" ed il "Vecchio Cameriere" (per non parlare delle sue meraviglie sensoriali de "L'Oceano di Silenzio" ed il finale di "E ti vengo a cercare"). Chi parla è un "figlio" di Battiato. Ma, come avviene nella realtà della vita, non si possono approvare tutte le scelte del padre...Nonostante ciò resta per sempre il filo tra padri e figli.