Recensione Amen
Baustelle
Voto: 
Voto utenti: 
Casa discografica: Warner
Anno: 2008
Il quarto album dei Baustelle aveva addosso un certo numero di aspettative artistiche e commerciali. Quelle artistiche sono state onorate. È infatti l'album migliore della banda toscana, sempre all'insegna di un pop-rock poetico e orecchiabile, con spirito decadente e una propensione al sociale. Realizza con i tre precedenti una progressione perfetta.
Amen è l'evoluzione, il compimento, la chiusura del cerchio della Malavita; melodie pulp aggressive e ritornelli di gomma - per ritornare al Sussidiario e chiudere un altro cerchio - cantati come al solito a due voci. Colombo, Charlie fa surf, Il liberismo ha i giorni contati sono figlie de La guerra è finita. Trattano gli stessi schemi, strofe armonie e arrangiamenti, strutture emozionali, come una formula aperta di canzone pop - ‘da panico' - di derivazione new wave, incorniciata dall'inserimento dell'orchestra d'archi e di un'inedita sezione di ottoni. I brani successivi segnalano altre sfumature (Aeroplano rimanda agli ultimiBlonde Redhead, Panico! è dedicata a Lee Hazlewood, ci sono come da copione la bossa nova e lo ye-yé, Andarsene così ricorda le collaborazioni Mercury Rev/Chemical Brothers), storie toccanti (L'uomo del secolo e Alfredo) e punti di forza del gruppo di Montepulciano.
I Baustelle sfruttano sempre molto il binomio tra il canto di Francesco Bianconi e quello di Rachele Bastreghi; il primo si conferma mente del trio, la tastierista ha registri di voce più vari che vanno dal roco e sensuale all'usignolo anni '60, ma le cose migliori arrivano quando si alternano al microfono, lei gli subentra e lo doppia ogni qualvolta un pezzo sale in quota. I superarrangiamenti, lontani dall'appesantire i motivi, ne esaltano la musicalità e donano insieme enfasi, leggerezza, slancio. L'apice è alla traccia 8: Antropophagus ha un testo a sensazione e un ritornello fatale e travolgente che la posiziona in cima al repertorio (il prolungamento elettronico è una piccola curiosità prog, non l'unica stranezza del disco). Altro brano da podio è Baudelaire: la disco music esistenzialista già ascoltata nella Moda del lento fa scendere sulla pista da ballo l'infinito e i fiori del male, legando un tappeto funk vigoroso al tema di violini e tastiere (pure un po' di krautrock sulla coda non guasta).
Nel suo complesso Amen risulta più teso, elaborato, compatto, sperimentale e vibrante rispetto al diretto predecessore, che si supera in pratica da sé in questo gemello più saggio e ambizioso. I Baustelle sono pronti per il salto definitivo. Avranno ancora dalla loro i fan non oltranzisti del rock alternativo di casa e possono attirare (oltre al pubblico radiofonico meno distratto) chi ama il pop sofisticato per la disinvoltura con cui coniugano testi d'elite, vendibilità e raffinatezza. Facile che abbiano ancora successo, stabilizzando e accrescendo quello già registrato finora. Se ne parlano anche Mollica e Vanity Fair...
Le prospettive di incidere nel profondo sui costumi italici dipendono invece dall'alleanza trasversale tra il mal di vivere degli adolescenti e l'esistenzialismo precario dei giovani e non più giovani adulti. Bisogna avere quindici anni e ascoltare in cameretta tra una chitarra elettrica e una drum machine. O capire tutto il mare di citazioni che nemmeno in un film di Godard con Anna Karina...Che i Baustelle sostituiscano il Nintendo, insomma, è tutto da vedere. Quanti Festivalbar riusciranno ancora a fare cantando ‘... Socrate suicida per te'. Paradossi e chimere, del music business e della vita. Proprio come un film di Rohmer con Anouk Aimée o un episodio del tenente Colombo filmato da John Cassavetes. Crediamo nei mondi possibili. Toccasse al nostro di esserlo, una volta tanto? (tommaso iannini)
(13:44 - 05 feb 2008)
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I fans della prima ora forse si sentiranno un po' spiazzati, ma a me pare che qui i Bau fanno un passo avanti importante: i testi sono sempre eccellenti, il sound si arricchisce e diventa un po' più "importante", ma non mi pare che perda la leggerezza, l'ascoltabilità su più livelli e quel colore "noir" che fa amare i Bau