Charles Mingus - Mingus Ah Hum

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01:18 - venerd́ 03 settembre 2010


Recensione Charles Mingus - Mingus Ah Hum

Charles Mingus

Voto: 10

Voto utenti: 9

Casa discografica: Columbia Legacy

Anno: 2009

Si è celebrato poco il trentennale della morte di Charles Mingus (Cuernavaca, Messico, 5 gennaio 1979) e forse è peccato o forse importa poco. Certa musica non ha bisogno degli spot celebrativi per farsi notare, è una fiaccola che brilla comunque, anche da anni lontani e perduti, anche in giorni di inquinamento luminoso come i nostri.

"Certa musica" vuol dire Mingus, tutto Mingus, e in particolare queste due ore e mezzo di jazz che, complice un altro anniversario (i 50 anni delle sedute 1959 che, maggio e novembre, fruttarono Mingus Ah Hum e Mingus Dynasty), vengono riproposte in una bella edizione Legacy. Una felice coincidenza ha voluto infatti che l'artista in carriera incidesse solo tre album per la Columbia ma che almeno due (il terzo è Let My Children Hear Music, più in là negli anni) siano tra i più fulgidi in assoluto, forse per certi versi i migliori. In questa "edizione del cinquantennale" Let My Children non c'è ma il resto sì, comprese alcune (non tutte) alternate e outtakes: tutto Mingus Ah Um e tutto Mingus Dynasty, con quella bizzarra copertina di "Chazz" travestito da Imperatore cinese, con un benevolente dragone alle spalle, che lo fa sembrare per una volta una specie di Sun Ra a New York - sarà la suggestione ma io sento in effetti echi "interplanetari" in certi passaggi del disco, come se la navicella del grande "Ming" (un altro dei soprannomi attribuiti all'artista, che giustifica il titolo e i riferimenti alla Cina) prendesse il volo dal sangue e sudore di ogni-santo-giorno e provasse a salire di quota. (Per la storia, Sun Ra in quel 1959 sta registrando i brani che poi diventeranno Nubians Of Plutonia, Interstellar Low Ways, Fate In A Pleasant Mood - passerò un felice pomeriggio a cercare connessioni fra questo e quello.)

Ma, per tornare a Mingus. Pur amandolo tutto, dalle acerbe pagine giovanili alla coraggiosa indie-pendenza con la Debut, dagli anni d'oro Atlantic alla precoce, faticata vecchiaia, non si può non riconoscere che due anni svettano assolutamente, e con impeto tutto mingusiano: come se d'improvviso la creatività dell'artista trovasse uno sfogo e si riversasse incontenibile, un capolavoro via l'altro - in pochi mesi, in poche settimane, quello che un artista di talento sogna di inventare in una carriera tutta.

Il primo anno è il 1957. E' l'anno di The Clown, di quella grande opera misconosciuta che è East Coasting , della colonna sonora di "Shadows" per John Cassavetes. E' l'anno di quel favoloso capolavoro che è Tijuana Moods , il disco delle radici latine, che (aprite bene le orecchie, è tutto vero) venne graziosamente concesso dalla RCA a Mingus per risarcirgli un torto subito e fu poi sepolto per cinque anni in qualche cassetto della casa discografica, trattato come l'ultimo degli scarti. 1957. E' l'anno in cui Mingus, trentacinquenne, sembra trovare una sua prima maturità, portando a compimento quel che aveva scritto in un suo saggio critico fin dal 1952: "Sono giunto al punto in cui, musicalmente e personalmente, devo pormi come obiettivo di suonare alla mia maniera". In quello stesso articolo Mingus aveva citato alcuni amati capiscuola, "Bird, Pres, Dizzy, Max Roach, Blanton, Charlie Christian", e sottolineato la loro fatica, la vera e propria sofferenza per emergere fuori dal coro e suonare una musica sinceramente libera. E' quello che tocca anche a lui, fra incomprensioni, scherni, frustrazioni, e la musica assorbe quell'umore. E' felice ma sensibile, appassionata e delicata, ha i colori esuberanti di un cielo a primavera ma anche ferite nel profondo, in quel luogo segreto in cui cresce lo "strano frutto" del blues. "Il clown" è lui, Charles Mingus: la malinconia dietro lo swing travolgente, i colori accesi che, come un trucco forte, nascondono l'amarezza per il difficile quotidiano che il suo genio, la sua grande musica non meriterebbero.

Il secondo anno è il 1959. E' l'anno di Blues And Roots, di quella piccola gemma di Jazz Portraits e, per l'appunto, di questa ventina di brani registrati con amore in quattro sedute di luna buona, fra maggio e novembre. Mingus ha elaborato ancora il suo stile, lo ha reso se possibile più ricco e flessuoso. Ha abbandonato ormai da tempo la giovanile utopia di una "scrittura totale" e coltiva anzi con sempre maggior accanimento l'idea di un lavoro collettivo - il suo gruppo, i suoi gruppi (i musicisti cambiano spesso al suo fianco, in queste sedute Columbia rimangono fissi solo Danny Richmond, John Handy , Booker Ervin) sono veri e propri "Jazz Workshops", laboratori di scambi creativi e improvvisazione dove il leader è solo il regista e pone mente al particolare stile di ogni suo collaboratore. "Io scrivo spartiti solo sulla carta della mia mente", racconta "Chazz" a Diane Dorr-Dorynek, che redige le note di copertina per Ah-Um: "ma poi affido le composizioni a chi suona con me". Mingus decide il clima del brano, la sua architettura generale e, quel che più conta, la sua natura profonda. Più che un semplice musicista, è un filosofo di musica che non si attarda con gli accidenti o i decori e va dritto ai più profondi temi e sentimenti che scuotono le fibre non solo del suo jazz ma di tutta la grande musica nella storia dell'umanità. Parla di amore, di morte, di vitalità, di purezza, invoca la "comunicazione mistica, che trascende la mente" rintracciata negli amati quartetti di Beethoven e nei brani di Stravinskij.

Una musica nobile, alta, che però vuole essere anche vera e allora scende per strada e va a cercare la vita negli angoli più difficili e scomodi. Una musica proiettata nel futuro (c'è una bellissima profezia su Ornette Coleman nelle note autografe a Dynasty) che mantiene il gusto delle radici e coltiva tutto un reticolo di affettuose allusioni e citazioni dal grande passato jazz. Sullo schermo fantastico compaiono Lester Young (Goodbye Pork Pie Hat) e Morton (Jelly Roll), l'Ellington maggiore (Open Letter to Duke, Mood Indigo) e quello minore (Things Ain't What They Used To Be); e ancora Parker, il venerato Uccello di Bird Calls e di Gunslinging Birds. (Il titolo esteso è in realtà un altro, molto più mingusiano - Se Charlie Parker fosse un pistolero, ci sarebbero mucchi di cadaveri dei suoi imitatori. Un bel proverbio che vale per tutti i grandi, anche per Charles Mingus).

Questa musica esprime la vita, riflette il magma infuocato e incontenibile della Creazione. Che un disco inizi con Better Git It In Your Soul, come fa Ah Um , è un'emozione quasi insostenibile: quel contrabbasso che strappa chiamando con la sua voce forte, il pianoforte che pronto gli risponde, il sax che si fa avanti e poi il resto degli strumenti, che fanno coro o si dividono ognuno per il suo discorso, con le urla di incitamento del leader e il pulsare teso della batteria. Questo è Mingus, il più tipico e favoloso: il predicatore che officia il rito jazz come se fosse in chiesa, lanciando il suo salmo per la risposta ebbra dei fedeli, il musicista appassionato che "sa connettere senza mediazioni orecchie, occhi, testa, cuore, visceri" (questo è Jonathan Williams), precipitando chi ascolta nella vertigine della gioia con il suo irrefrenabile swing. Non solo Better Git: anche Boogie Stop Shuffle, perfetta sigla immaginaria per un poliziesco anni ‘50, anche Bird Calls, anche GG Train, e per passare a Dynasty due capolavori infervorati come Slop e Gunslinging Bird. Lì Mingus spiega sul campo le sue voglie di "grande suono", l'idea di una big band che sia grande davvero non per il numero dei musicisti impiegati (lui al massimo arriva a dieci) ma per forza, per creatività, con tensioni dinamiche e cromatiche fra le varie parti, con linee mobili e mutevoli al suo interno.

"Mi sono stancato delle orchestre che girano e fanno suonare praticamente solo tre strumenti," scrive "Ming" nelle note a Dynasty, "usando gli altri come puro supporto armonico. Mi sono stancato di quelle batterie che vanno giù implacabili, 1-2-3-4, 1-2-3-4, come se il pubblico non avesse un suo ritmo in mente. E credo che anche il pubblico si sia stancato di quei "gruppi" che in realtà "gruppi" non sono, dove tutti suonano allo stesso minimo livello dinamico, entro la stessa forma compositiva, con identici colori e ornamenti." Da questa voglia di distinguersi nasce la grande musica del 1959, e se volete completare il quadro e rendere un atto di giustizia, aggiungete a questi dischi il Blues And Roots della Atlantic, che è di pochi mesi anteriore anche se uscirà solo nel 1960. Molti musicisti sono i medesimi e l'idea compositiva è comunque quella, anche se concentrata sul tema del blues e del gospel.

Ma vorrei dire ancora della varietà di Ah Um, il disco più straordinario del lotto. La tenerissima Goodbye Pork Pie Hat, dopo l'esaltato inizio di Better Git: una delle più grandi ballads di tutta la storia jazz - chi avrebbe mai immaginato una simile carezza dalle mani grandi e nodose di "Chazz"? E l'affettuosa ironia New Orleans di Pussy Cat Dues, con la voce suadente del primo strumento prediletto da Mingus, il trombone. E il veleno distillato in gocce di sarcasmo di Fables Of Faubus, dedicata a un famigerato governatore razzista dell'Arkansas: una prima stesura solo strumentale di quella che poi diventerà una cruda e amara "canzone", con accenti Weilliani. Un album di una ricchezza sconvolgente, che l'insipienza dei discografici volle mutilato, come anche Dynasty. Rimasero fuori quasi metà delle registrazioni, recuperate solo nel 1979 nell'antologia di Nostalgia In Times Square. Fra gli scarti c'era anche una canzone, un accorato lamento blues con la voce di Honey Gordon - Strollin'.

Seguo Mingus da quasi quarant'anni. Ho tutti i suoi dischi, ho letto il suo romanzo autobiografico (Peggio di un bastardo, un vecchio Fornichiere che ora gira, dovrebbe girare, in una edizione Marcos y Marcos) e la Critical Biography del suo più grande studioso, Brian Priestley. Eppure, dopo tante ore di frequentazione e di studio, non posso proprio dire di averlo mai compreso, se al termine do il nudo significato di abbracciare la sua musica e la sua opera con un solo pensiero, con poche idee ben definite. La volta che ci sono andato più vicino è quando ho cercato sulla carta geografica Nogales, la piccola città dell'Arizona dove nel 1922 nacque e dove rimase pochi mesi, prima che i genitori lo crescessero a Los Angeles, nel ghetto nero di Watts. E' un punto sperduto sulla mappa, ai bordi del deserto di Sonora, sulla lunga linea retta che fa da confine politico fra gli Stati Uniti e il Messico. Dovrebbe chiamarsi Mingus, quel posto, non solo perchè ha dato i natali a quell'illustre figlio ma proprio per com'è: un avamposto, un caravanserraglio, un limite fra Nord e Sud del mondo, dove la vita immagino sia qualcosa di strano e difficile che ogni giorno cambia e va inventata.

Riccardo Bertoncelli

(15:16 - 29 mag 2009)


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