In This Light And On This Evening

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04:26 - giovedì 18 marzo 2010


Recensione In This Light And On This Evening

Editors

Voto: 5

Voto utenti: 8

Casa discografica: Kitchenware Records

Anno: 2009

Fare soldi imitando i Joy Division o lo stuolo di emuli che occupano da anni i piani alti delle indie charts o le copertine delle riviste più "in" si può. Lo dimostrano quotidianamente centinaia di band sempre nuove che si trovano sempre più a loro agio nel gonfiarsi il portafogli elaborando (in chiave più o meno moderna/personale) tutto quello che l'ex quartetto di Salford ha fatto in pochi anni di carriera (tanto, si intende). Gli Editors, dopo Interpol e i tanti aficionados dell'articolo determinativo "THE", ne hanno guadagnato tanto producendo, protetti dalla "vendibilità" assoluta di questo genere (più o meno propriamente inquadrato in quelle detestabili ed abusatissime etichette che sono "post-punk" e "new wave"), due dischi più che discreti, orecchiabili e, tutto sommato, fregiati di una patina di originalità infusa soprattutto dalla voce quanto mai caratteristica di Tom Smith.

Al terzo lavoro lo slancio creativo (o imitativo...) sembra essersi esaurito e per sfuggire al rischio del ristagno à-la-Oasis (e quanti altri?) si ripara là dove nel 2009 trovano rifugio in molti: l'elettronica. New Order, Visage e Depeche Mode per fare qualche nome.

Il singolo Papillon, forse uno dei brani più radio-friendly della loro discografia, stupisce al primo impatto. Costruito bene, con una melodia fondata sugli stereotipi del synth-pop ballabile, reminiscenza degli eighties più dark (c'è chi parla anche dei Cure), si secca però a causa della lunghezza eccessiva (più apprezzabile in questo senso la single version), espediente che non funziona neanche in soluzioni diverse come nella title-track. Troppo estesa, scioglie l'interesse iniziale per le sue atmosfere quasi EBM in una ripetitività che fagocita tutto, dai pattern di synth al cantato, prima di spezzarsi per un "outburst" centrale che riporta il pezzo alla sufficienza. L'essenza del disco è prevalentemente pop, e non è questa la sua condanna: il quarto brano, You Don't Know Love, così come Bricks And Mortar, è una ballad di poca sostanza, in sé riempitivo per un disco veramente a tinta unita. Si ammicca ai Radiohead in The Big Exit, dove il frontman sceglie finalmente un sentiero diverso per le sue linee vocali: nonostante questo (peraltro un riassunto plausibile anche per Eat Raw Meat = Blood Drool), il brano fatica a lasciare il segno. Notevole fin dall'inizio è invece The Boxer, pezzo dalla struttura radiofonica ma arricchito da sintetizzatori più studiati, che intervengono in strati diversi durante il proseguimento della canzone sottolineando in particolare l'azzeccatissima melodia principale.

Il disco di per sé si ascolta. La sua assenza di spunti creativi è controbilanciata in verità dall'uso, " relativamente nuovo" per gli Editors, degli strumenti elettronici, ovunque inseriti in maniera sapiente senza forzature evidenti. Resta inteso che proporre un prodotto orecchiabile ma scarsamente originale come questo significa beccarsi dalla critica anche qualche stroncatura. Dando fiducia alla band è possibile considerarlo frutto semplice di una fase di passaggio che si spera possa condurre a un quarto disco (o ad un EP, visto che sono tornati di moda) teso ad esplorare territori davvero "nuovi", con buona pace del cadavere di Ian Curtis e di tutti i suoi cloni (ironia della sorte, visto che non ci sono leggende su una non-morte come accade invece per Elvis, Jackson e Lennon). Perchè dopo "The Back Room" e "An End Has a Start" credere che non possano dare di più mi è davvero difficile.

di Emanuele Brizzante

(11:00 - 06 nov 2009)


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