Recensione Fever Ray
Fever Ray
Voto: 
Voto utenti: 
Casa discografica: Cooperative Music/V2
Anno: 2009
Mi sono perso il primo tempo di questa commedia, il duo che Karin Dreijer Andersson, in arte Fever Ray, ha condotto per anni con il fratello Olof (The Knife), l'atmosfera di mistero che ha avvolto la sua elusiva figura, gli urletti entusiastici per un album soprattutto, Silent Shout, 2006, un mito in Svezia ma non solo.
Entro ora che inizia il secondo tempo, con questo CD/presagio di vita nuova, e senza alcuna aspettativa trovo un piacevole pop sintetico, con l'incisiva voce di miss K su mutevoli fondali elettronici tutto sommato misurati. C'è un piccolo gusto dell'artigianato e la voglia di provare qualche idea di canzone non banale. Lo promuovono come un disco inquietante se non proprio fosco, un incubo rispetto ai più tranquilli sogni Knife, ma le ombre sembrano affollare i testi più che i suoni, se si escludono certi passaggi come l'iniziale If I Had A Heart (dove Karin manipola la voce dal chiaro allo scuro, dal femminile al maschile, massaggiando l'interesse). Siamo piuttosto in un incerto dormiveglia dove non è chiaro il confine con la realtà, dove un'insana Africa fantasticata, per esempio, guida la mano del ritmo con gioia dissennata o malinconica pigrizia.
Karin ha una curiosa ipotesi per spiegare tutto ciò: "Quando ho composto l'album avevo appena avuto il mio secondo figlio e mi portavo dietro arretrati di sonno. Ho deciso di arrendermi a quello stato e di modellare così la mia nuova musica."
di Riccardo Bertoncelli
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I Knife sono gli svedesi Olof (produzione) e Karin (voce) Dreijer, fratello e sorella, attivi dal 2000 con un electro-pop snello e ballabile non privo di una certa cerebralità, come mostrato nella loro prova migliore, ad ora anche la più recente, quel Silent Shout del 2006 che ha avuto il pregio di esaltare la critica indie ed arrivare al primo posto delle classifiche in patria.
Ora Karin, come già prima il fratello, se ne esce con un progetto solista a nome e dal nome Fever Ray. Siamo sempre in territori electro-pop, ma meno ballabili, più "da camera", dominante un immaginario synth Ottanta minimalista, sfondo di tastiere "dark" sopra pulsazioni di basso e l'eterea vocalità di Karin. Il tutto memore anche di certa elettronica pop-rock anni Novanta (vedi alla voce trip-hop). Il disco è molto omogeneo, i pezzi si somigliano un po' tutti e la voce di Karin canta più o meno sempre la stessa nenia altalenante, ma questo non dispiace, pare anzi inevitabile questa circolarità. Voce vicina per timbri o dinamiche a certe cose di Bjork, Laurie Anderson o Alison Statton degli Young Marble Giants (ma si tratta di momenti, suggestioni, indizi, non stiamo facendo paragoni), voce quasi sempre filtrata e spesso rallentata con un effetto finale che ricorda la Jocelyn Pook di Eyes Wide Shut o certe cose dei Residents (occhei, ma molto molto meno inquietante).
Il tutto trasmette l'idea di una dolcezza algida e austera, eppure sinuosa, sa di tramonti, di torba, di torpore, emana uno strano fascino, un po' sinistro, ma tutto sommato piacevole, cullante, con passaggi addirittura tribali (la percussività alla Penguin Cafè versione synth-esquimese di Triangle Walks) e orientaleggianti (l'intermezzo di When I Grow Up). Tra tutti i pezzi, il più vicino al suono Knife è Seven, col suo piglio quasi da club, mentre Concrete Walls, con la sua atmosfera rarefatta e pulsante e il ritmo scandito dal rimshot, fa pensare a Teardrop, e forse la cosa è voluta. La lunga conclusiva Coconut, che nulla ha di estivo, è il pezzo epico del disco e rispolvera addirittura una roboticità che pare lecito definire kraftwerkiana.
di Gabriele Marino
(10:26 - 17 mar 2009)









