Where The Wild Things Are

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12:44 - marted́ 16 marzo 2010


Recensione Where The Wild Things Are

Steve Vai

Voto: 10

Voto utenti: 8

Casa discografica: Favorite Nations

Anno: 2009

Ero rimasto deluso dall'ultimo Sound Theories di Steve Vai, il doppio CD con l'orchestra, e mai avrei pensato di rappacificarmi così in fretta. Un fantastico carnevale che segue la quaresima, immaginatelo così, un progetto che a tutt'oggi luccica come il più scintillante e convincente di un artista che molto ed egregiamente ha fatto in vita seppure non in maniera lineare.

E' un doppio DVD registrato dal vivo a Minneapolis, 2007, in un molto vezzoso teatro d'inizio Novecento, in cui una band di sette elementi, chitarre batteria e due violini, ridisegna con colori freschi vecchie e nuove pagine del catalogo. Non cercate i brani più classici, trovereste For The Love Of God e poco altro. Più che sulla notorietà dei pezzi, il nostro magic fingers ha investito sul clima sonoro complessivo, componendo un suggestivo puzzle di pagine minori, smontaggi/rimontaggi di idee, estemporanei contributi dei suoi musicisti. Il live si chiama Where The Wild Things Are, volendo si può ascoltare in (ridotta) versione CD ma la "su' morte" è sullo schermo, doppio DVD o meglio Blu Ray, un assalto sensoriale di suoni e immagini da lasciare senza fiato.

Non perdetevelo. Sono due ore e quaranta minuti di show che Vai conduce "in uno stato di trance chitarristica auto-indotta", come gli piace dire, sfoderando favolose chitarre luminescenti o anche solo un'elegante acustica Ibanez, indossando pantaloni di pelle da Jim Morrison e tuniche da maestro di arti marziali, estasiandosi a occhi chiusi nel suo ultraworld chitarristico ma concedendo al pubblico anche siparietti di cabaret da nipotino di Zappa e di James Brown. Nell'artiglio delle sue braccia, la chitarra è una docile creatura che si piega a ogni desiderio: si lascia capovolgere, si abbandona alle scosse più brutali, freme orgasmicamente quando il padrone la tocca con la destrezza che solo lui sa, con o senza plettro, così eccitabile da gemere al semplice contatto del mento con il solid body o quando la lingua ne sfiora le corde.

Nella scena madre, The Murder sul disco 2, spettacolari effetti video da Excalibur sottolineano la tensione visionaria di questa musica, a cui un altro brano (Freak Show Excess) consegna la definizione più corretta. Vai è il protagonista, il grande seduttore, l'illusionista che una volta per tutte ha trovato l'equilibrio "fra abilità tecnica e investimento emotivo", ma se l'incantesimo regge è anche per il contributo della band, The String Theories: con Jeremy Colson, selvaggio batterista a torso nudo ricoperto da tatuaggi, Bryan Beller, bassista, Zack Wiesinger, instancabile ricamatore di lap steel, Dave Weiner, seconda chitarra e sitar, più Alex DePue e Ann Marie Calhoun, i due violinisti che con il loro sound più degli altri caratterizzano lo show.

Una bella squadra per una partita difficile, perchè pur con i suoi modi gentili Vai non fa sconti a nessuno, proprio come il maestro FZ. "Non mi piace la musica troppo cerebrale o auto-indulgente", ci tiene a chiarire, ma poi inizia lo show con un vertiginoso brano in 25/32esimi - e via così, per aspera ad rock.

Riccardo Bertoncelli

(11:54 - 25 set 2009)


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