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10:45 - domenica 05 settembre 2010


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Recensione Ark

Brendan Perry

Voto: 6

Voto utenti: 10

Casa discografica: Cooking Vinyl

Anno: 2010

Brendan Perry ha passato la vita provando a sedurmi con i Dead Can Dance ma l'ho sempre respinto; interessante sì, intelligente, mai banale, ma troppo gelido e oscuro per i miei gusti, e qualche volta fastidiosamente New Age. Poi un giorno, anni fa, si levò la maschera di quella band e con il suo nome solo pubblicò un album di violenta bellezza. Si chiamava Eye Of The Hunter, segnatevelo e cercatelo perchè fu un mirabile insuccesso e in qualche polveroso scaffale sta ancora lì ad aspettare la vostra mano misericordiosa. Ho ritrovato la mia inebriata recensione di allora: Fred Neil, i Blue Nile, Leonard Cohen, i Floyd di Ummagumma, annusavo quelle magiche spezie tra le pieghe di un disco che mi incantava irradiando "musica come balsamo, gocce di luce distillate da una cosmica malinconia".

Ho atteso a lungo un seguito, incerto se essere deluso perchè non arrivava o lieto piuttosto di mantenere un tanto strano ed esclusivo segreto. Alla fine il seguito eccolo, undici anni dopo, e il dubbio rimane. Non ritrovo la magia della prima volta, non sento l'unghia forte e calda di canzoni come quelle; ma Perry da solo è comunque affascinante, con quella voce sinatriana che lentamente si espande su arcobaleni di orchestra elettronica e con faticosa calma prova a caricarsi gli errori e orrori della nostra epoca, le frustrazioni, i sogni infranti. Di questo in effetti parla il disco, di un viaggio per fuggire da questa realtà, di illusioni, speranze, esperienze caricate sull'Arca di cui parla il titolo, fidando in fari luminosi come quello ritratto in copertina. Un viaggio anche e soprattutto paradossale: Perry depreca un mondo governato dalle macchine ma proprio alle macchine ha voluto affidarsi, senza sconti o commistioni, per disegnare il paesaggio sonoro su cui ambientare le sue solenni storie.

Ha fatto tutto lui, in un piccolo studio irlandese: ha composto, eseguito, campionato, prodotto, per 55 minuti di musica imperfetta ma avvincente. In ogni caso, e lo considero un valore, è quanto di più vicino a Paul Buchanan e ai Blue Nile abbia ascoltato negli ultimi anni.

Riccardo Bertoncelli

(11:15 - 02 lug 2010)


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