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21:05 - martedì 16 marzo 2010


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Magical Mistery Donà

Nel giugno 2001 avevo visto Cristina conquistare il pubblico esigente, attento e abituato a tutto della Royal Festival Hall in occasione del Meltdown Festival: quell'anno direttore artistico era Robert Wyatt, che assieme all'organizzazione del più prestigioso festival indoor britannico, Glenn Max, si era lasciato conquistare da questa cantautrice italiana, salita sul palco decisa a cantare in italiano e affermare la propria personalità: così fu. In Inghliterra l'offerta musicale è tanta, tantissima, e nella capitale ogni sera sgomitano a decine su ogni tipo di palco per farsi notare. Ma partire da un festival del genere significava saltare già una grossa parte di gavetta, un riconoscimento ad honorem che nessun italiano, prima o dopo, ha ancora ottenuto. Una conquista paragonabile solo alla presenza della P.F.M. alla Royal Albert Hall negli anni Settanta. L'onda lunga di quel Meltdown ha portato alla pubblicazione di Cristina Donà per la Rykodisc International, con le canzoni di Dove sei tu, il suo ultimo album, registrate in inglese. Il nuovo viaggio a Londra aveva dunque un altro scopo, non si andava in città per il pubblico dei concerti: a prendere le misure della più originale cantautrice italiana, questa volta sarebbero arrivati i media inglesi, una brutta gatta da pelare, visto il cinismo che hanno nel DNA e la diffidenza verso la musica italiana. Ma questa Donà è arrivata a Londra sulla scorta di un lavoro già molto efficace: un articolo su Billboard, la recensione di Mojo, l'inserimento nel cd allegato a The Month, il magazine mensile pubblicato dal prestigioso Sunday Times, e il ricordo di quei giorni in cui Charlie Gillett e Robert Elms avevano trasmesso la sua musica attraverso l'etere d'Albione. Siamo partiti da casa consci di affrontare un momento chiave della vita artistica di Cristina, che si è portata il tecnico del suono da tutti conosciuto come «la nonna», un fuoriclasse nel suo mestiere, e l'appoggio incondizionato della Mescal. Lei, capace di sentirsi pronta a «non aver nulla da dimostrare», il che equivale a salire sul palco con la calma dei forti. Io tranquillo perché so separare bene il mio ruolo di marito da quello di «intuitivo talent scout». E da anni so, nel profondo del cuore che se c'è un'artista in Italia che può dimostrare all'estero che in Italia qualcosa di buono, musicalmente, esiste, quella è proprio Cristina Donà. In più, c'erano anche alcuni importanti quotidiani italiani a testimoniare questo avvenimento. Il Betsey Trotwood è un locale su tre piani: il pub a pianterreno, una sala che sembra uscita da un film di vecchie e legnose navi della marina britannica al primo piano, un «buco» nello scantinato dove c'è un palco e poco altro. Cristina Donà ha suonato al primo piano. Almeno lì avevamo le finestre da aprire e una vista su Farringdon Road. Pochi minuti prima dello showcase la piccola stanza era piena e tutta la Rykodisc presente, incluso il presidente americano della storica etichetta indipendente di Salem, Massacchussetts. E poi c'erano giornalisti, fotografi, ospiti come Annie Whitehead, Sarah Jane Morris, Gary Sanford (della Joe Jackson Band) e qualche fan italiano della Donà che era venuto a sapere di questa performance per addetti ai lavori. Il compito di Cristina era quello di fare ascoltare dal vivo e in inglese una manciata di canzoni del nuovo album, in uscita il 10 settembre in Italia e il 13 all'estero. Il problema chiave per la gran parte degli italiani all'estero è la pronuncia imbarazzante dell'inglese, anche per quelli che da noi si pensa che siano bravi. Io non ne ho ancora sentito uno (tranne i primi Afterhours che si preparano a girare gli Usa con Greg Dulli nel 2005: tornano dopo l'apparizione al New York New Music Seminar del 1991. Avessero avuto una Mescal allora...) e non ne vedo all'orizzonte. Questa Donà ha lavorato molto su una sua predisposizione naturale alla lingua straniera e grazie a Davey Ray Moor è riuscita a entrare nelle canzoni anche dalla parte del testo in inglese, dandogli l'intenzione giusta: quando ha attaccato Invisible Girl, la sala è ammutolita. Il crescendo espressivo e la confidenza con la quale si è esibita davanti a un pubblico «particolare» hanno toccato uno zenith con l'arrivo di Moor sul palco: con lui Cristina ha sprigionato una palla di bellezza e luce nella versione acustica di Wherever Finds You, canzone che definire «classico» è il minimo (la ascoltate già su Telepathy, a nome Stellar Ray uscito a inizio 2004). Naturalmente non poteva mancare il capolavoro Goccia, bonus track nel suo debutto internazionale e in versione originale nella lingua di Dante. E lì, dopo la delicatezza di Ultramarine, abbiamo fugacemente sbirciato nel cuore profondo, fragile, magico e irraggiungibile di un'artista che tra le poche al mondo riesce a regalare momenti assoluti e fuori dal tempo - come Bjork, Joni Mitchell, la prima Sinead O'Connor e poche altre. Vedere questa giovane donna su quel minuscolo palco in legno mi ha ricordato i giorni in cui la seguivo nei pub. Ogni sera lei era già quella vista a Londra: cantava come se fosse l'ultima performance della sua vita. Fu allora che capii quanta strada avrebbe fatto. Allora eravamo due amici complici nell'amore della musica, oggi siamo una coppia, ma la musica rimane la forza che unisce le energie creative del nostro universo: lei, la voce e i suoni, io le parole, noi la musica che scorre più forte delle logiche illogiche del mercato, dei media, del brutto che impera. Nel declinare della luce alle otto di sera in un piccolo locale di Londra alcune decine di persone hanno potuto vedere che razza di tesoro nascosto nascondeva la Grande Musa: e hanno deciso che è tempo di farlo conoscere al mondo. È stato come tornare in un luogo familiare, come ricominciare da capo, ma è solo il prossimo giro... Davide Sapienza sta per approdare in libreria con il suo primo «romanzo solista», I diari di Ruhba Hunish, in uscita il 7 settembre per Baldini Castoldi Dalai editore. Il suo sito ufficiale si trova all'indirizzo www.davidesapienza.net

(00:00 - 24 ago 2004)



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