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01:00 - venerdì 03 settembre 2010


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Pacifico, il giocoliere della parola

Il primo e immediato sentimento con cui ci si avvicina al nuovo album di Pacifico è un sentimento di invidia. Perché Dolci Frutti Tropicali è stato scritto in tanti diversi posti di mare. E scrivere canzoni, uno dei mestieri più belli del mondo, su una «spiaggia appena uscita dal mare» e «con un cielo in testa in cui guardare e dovunque mi giri stelle» (frasi tratte dal singolo Dal giardino tropicale) è quel che si dice un bel vivere. Dolci Frutti Tropicali è un piccolo album di fotografie, un diario in cui si raccontano le «sensazioni a pelle» di chi si lascia attraversare dai luoghi e a sua volta li attraversa. Ci sono ormai dei punti fermi nella produzione di Pacifico. Il primo è il suo talento come autore di testi, forse uno dei migliori giocolieri della parola degli ultimi anni. Peccato sia venuto alla ribalta così tardi. L'altro punto fermo è la sua leggerezza espositiva. Pacifico non è un cantante, è un fine dicitore. Appoggia la voce sulle parole, che sembrano dette e fermate nel registratore proprio nell'attimo esatto in cui le ascoltiamo. Ci sono tanti dolci frutti in questo cesto musicale. Un duetto con Samuele Bersani(Da qui), un romantico Roy Paci ne L'altalena, gli archi di Piero Milesi e ciliegina sulla torta, la copertina realizzata da Tanino Liberatore. Ci siamo fatti raccontare «il viaggio musicale» direttamente dal protagonista. Perché hai voluto fare un disco «in viaggio»? «Non è stato un viaggio programmato. Se vogliamo, è nato da un'esigenza di spostamento emotivo. Ho realizzato questo disco in un anno esatto. In questo periodo, con la mia auto carica di strumenti musicali, ho fatto visita ad alcuni amici. Posti di mare tra Toscana, Liguria e Lazio. Io e il mio produttore artistico Paolo Infelice abbiamo scelto di conservare alcuni momenti musicali, quelli scritti di getto e figli di registrazioni en plein air in giardini, o magari improvvisazioni nate nella cucina di un'abitazione. Questo per non tradire lo spirito originario della creazione e le sensazioni provate». Il titolo e la copertina portano a immaginare un disco estivo, solare, mentre tu racconti il classico «mare d'inverno». Perché questa discordanza? «In effetti una sorta di discordanza c'è. Avrei potuto anche fare un disco per così dire solare. Le fotografie di questo album ritraggono invece quello che vedevo dai giardini in cui svettavano palme enormi, nei quartieri delle piccole città. Ma non è un disco triste perché vi si respira una sorta di serenità. La copertina è stata realizzata da Tanino Liberatore, contattato direttamente da Domenico Procacci. Sinceramente io non ci avrei mai sperato. Se osserviamo il disegno scopriamo come il mare alle spalle della ragazza in bikini sia incorniciato. È uno sfondo come quelli che si possono trovare negli studi fotografici. Il mio mare è quindi un mare lontano concettualmente da quello dei Tropici o dai villaggi vacanze». Quanto investi di te stesso sul testo e quanto sulla musica? «Io nasco come musicista. Sono sempre stato attratto dalla parte musicale di una canzone. Mi ha divertito sempre di più. Anche la mia formazione non discende propriamente dai grandi cantautori. Nel precedente album, Musica leggera, c'era una particolare attenzione alla parte musicale. Riscontro però sempre maggiori consensi con i miei testi. Molti colleghi cercano o hanno cercato una mia collaborazione in tal senso. Tutto questo mi gratifica, soprattutto quando i complimenti arrivano dai fan più giovani». Hai sempre cantato in questo modo così «calmo e appena appoggiato alle parole»? «Ho iniziato a cantare da poco. A trentasei anni. E improvvisamente mi sono ritrovato sul palco del Premio Tenco e del Festival di Sanremo. Ho cercato di affinare col tempo il mio falsetto. Di solito chi canta usa il falsetto di notte, quando diventa l'unico sistema possibile per non svegliare chi coabita con te. Io l'ho portato in sala di registrazione. Ultimamente ho tentato di abbassare i toni, di controllarlo». Il divertente arrangiamento di «Da qui» crea due blocchi. Quando interviene Samuele Bersani c'è uno spostamento, se vogliamo anche spaziale, innescato dal "da qui". E poi tu canti di aerei e di antenne e lui di treni e stazioni... «Chi guarda gli aerei passare dalla finestre ha uno sguardo della realtà più svagato. Mentre la voce di Samuele è come un ritorno con i piedi per terra, infatti dice «un cammino sempre uguale, normale». Sono due piani, come hai detto tu, che si incrociano e si completano e la cui distanza è sottolineata da un diverso arrangiamento musicale». Le canzoni sembrano delle lettere o delle cartoline spedite a qualcuno... «Direi che la definizione è appropriata. Soprattutto per un brano, L'altalena, dove scrivo a una persona che ha sofferto molto. Sono cartoline che spedisco idealmente da uno stato di solitudine e di osservazione del mondo, forse a chi resta in città».

(00:00 - 25 gen 2006)


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