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08:08 - mercoledì 17 marzo 2010


Glasvegas Live ai Magazzini Generali

Lontana l'idea di fare una riflessione spocchiosa, ma non capisco proprio come sia possibile che alcune persone applaudissero o incitassero la band al concerto milanese dei Glasvegas. Debutto sulla scena italiana di uno dei più interessanti gruppi esordienti del 2008. Non dico i fischi, ma almeno una presa di distanza me la sarei aspettata. Probabilmente è stato uno dei peggior concerti che abbia mai visto, anzi meglio dire "ascoltato". Cerchiamo di andare per ordine. Il gruppo di Glasgow, capitanato da James Allan, reduce dai baci&abbracci della critica internazionale (britannica in primis), dai passaggi in FM del loro singolo di punta Daddy's Gone, si sono presentati sul palco davanti a un nutrito pubblico (arrivato alla spicciolata e abbastanza eterogeneo), con un'immagine retrò che rimanda ai Clash e alla musica wave degli anni 80. Il cugino di James, Rab Allan alla chitarra, Paul Donoghue al basso e alla batteria, osannata dal cantante, Ryan Ross, una corpulenta donna scozzese, che assomiglia molto per tocco e look a Maureen Tucker dei VU. La classicità fifties da American Graffiti (non a caso prima del concerto l'impaziente attesa è trascorsa sulle note di alcuni pezzi storici dell'epoca), rabbia e malinconia melodica sostenuta da un wall of sound elettrico e dall'accento scozzese di Allan sono l'iconografia sonora dello stile Glasvegas.

Concerto breve, scaletta scontata: la tracklist del disco a partire da Flowers & Football Tops, fino ad alcuni brani dell'dall'EP natalizio A Snowflake Fell (And It Felt Like a Kiss). E fin qui nulla da dire. È dal punto di vista sonoro che tutto è andato a ramengo. Probabilmente la location angusta e poco adatta ai live non aiuta, ma anche la voce del leader, l'impasto degli strumenti, l'equalizzazione dei volumi, gli effetti calcati. Tutto troppo sfasato, fra senso di "ralenty", di "ritorni" sbagliati, qualche stecca. Uno show discordante e faticoso da seguire. Peccato. Il repertorio c'è. Il disco non è male. Certo: può non catturare, sembrare artefatto. Dall'altro lato, ha dalla sua una tracklist compatta, ispirata. E dispiace che dal vivo non abbia reso. D'altronde Rab Allan ha recentemente ammesso che i Glasvegas si sono gettati nella mischia con ridotte scorte di esperienza e di aver suonato male durante tutti i grandi festival estivi dell'anno scorso.

Concludo con una considerazione a margine: che i cattivi ascolti, i locali dove è meglio non si facesse musica, le radio mainstream, la cultura dell'mp3 a ogni costo e l'affossamento del mondo hi-fi (a conti fatti quasi assolutamente ingiustificato), stiano mortificando il suono lo sanno un po' tutti. Ma non essendo una priorità ascoltare bene la musica, insomma, chissenefrega. Questo è il concetto. Sbagliato. Perché è come vedere un quadro senza la luce giusta o un film al cinema con gli abbaglianti. Come leggere un libro tutto sforbiciato. Nel nostro caso, amanti del rock, è la repubblica delle polpettazze musicali. Colpevoli, spesso, gli stessi producer che per motivi di mercato (ma anche per colmare il vuoto "compositivo" degli autori), in nome di un sound pesudo-glamour, preparano bocconi avvelenati per le nostre orecchie.

di Lorenzo Barbieri

(12:00 - 14 mag 2009)



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