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01:08 - venerdì 03 settembre 2010


PJ Harvey e John Parish Live a Milano

L'esibizione di PJ Harvey e John Parish all'Auditorium di Largo Mahler si candida sin da ora alla palma di miglior concerto rock del 2009, almeno tra quelli che siamo riusciti a seguire per voi. Sarebbe facile dire che il tutto è valso il prezzo del biglietto, di fronte a costi veramente proibitivi; le tasche piangono ma al cospetto di una performance di valore assoluto il pur ingente sacrificio economico è stato davvero ampiamente ripagato.

Che cosa sì è visto. Un gruppo ben assortito - Eric Drew Feldman, al basso e alle tastiere, Jean-Marc Butty alla batteria e il nostro Giovanni Ferrario alla seconda chitarra - e una voce, una voce, da lasciare senza parole. Acutissima, potente, espressiva fin nelle minime sfumature, un usignolo felpato e una leonessa che un attimo dopo sembrava mangiarsi anche i distorsori. Polly Jean ha cambiato di nuovo pelle per questo tour e lasciato esterrefatto chi l'ha sentita cantare per la prima volta. Per lei e la band, applausi a scena aperta, dall'inizio alla fine del concerto.

Per la verità, davanti a un pubblico già entusiasta, le avvisaglie erano stranamente normali. Si iniziava con Black Hearted Love, il primo singolo tratto da AWoman A Man Walked By, secondo album della coppia Harvey/Parish, uscito alla fine dello scorso marzo: un'opera intensa che passa per il rock più convenzionale - il singolo è l'esempio più appropriato -, ma sopratutto per un bluesrock postmoderno riverberato e sporco, e devia sulle inflessioni più inusuali e oniriche, nonché su pagine meno definibili secondo criteri di genere. Brani lirici e dolci, violenti e strazianti. Questo ci si aspettava anche dal concerto.

Ma l'inizio era prevedibile e con qualcosa da registrare. Soprattutto sul piano vocale rispetto al tono degli strumenti. Le cose miglioravano già con Sixteen, Fifteen, Fourteen, capace di trascinare gli ascoltatori in vortice drammatico: Parish al banjo, la Harvey, a piedi nudi e in un morbido vestito nero, lanciata in una delle sinuose danze che ha a lungo sfoderato, mordeva il freno con la voce in attesa di scatenare la sua ugola. Il cuore del concerto è stato soprattutto per i brani di Dance Hall at Louise Point, il primo album; Urn with Dead Flowers in a Drained Pool, con lo schiaffo rock'n'roll del ritornello, le chitarre di Taut che stridevano come dischi rotanti, la tensione ascendente di Civil War Correspondent... e in mezzo una parentesi soave: The Soldier, pochissimi strumenti, la ukulele di Parish, la melodica di Ferrario da metà pezzo, e la voce, che ondulava leggermente nelle corde mentre saliva in alto. In alto. Dove, è difficile descrivere, come è difficile arrivare. Un momento perfetto a cui ne seguivano altri veementi tratti da A Woman...:Chair, l'acuta (quanto acuta!) Leaving California, Passionless, Pointless. Prima di Cracks in the Canvas, un lirico recitativo su una colonna sonora tutta di tocchi minuscoli, c'era stata la grattugiata di A Woman a Man Walked By seguita dallo strumentale The Crow Knows Where All the Little Children Go che sa anche alla lontana di jazz. E quando attaccava Pigs Will Not, la platea dell'auditorium si alzava di alcuni centimetri. Un ruggito tellurico le si era appena abbattuto sopra. Un urlo intonato, terrificante. Era l'ultimo pezzo della scaletta, che conteneva l'intero secondo album mentre escludeva That Was My Veil, uno dei brani più attesi (richiesta anche da una persona delle prime file).

Poi c'era il bis, con una standing ovation vera (e non chiamata come in tv): il pubblico seduto si alzava - e Polly "grazie, ma mi aspettavo lo faceste prima": False Fire, lato B di Black Hearted Love, e April prima dell'ultima valanga di applausi. Increduli, quasi. Una performance davvero rara e da un certo punto di vista, direi, senza pari. La Harvey si confermava la più talentuosa cantante rock emersa dagli anni Novanta a oggi.

So she brought us her (black hearted) love.

di Tommaso Iannini

(11:35 - 08 mag 2009)



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