Indie Live: A Place To Bury Strangers e Get Up Kids
Il programma di questa estate di concerti milanese si è arricchito negli ultimi giorni di luglio di due interessanti serate grazie a eventi legati al vasto e controverso mondo dell'indie rock o del rock alternativo. Definizioni calzanti, queste ultime, per le proposte, ancorché molto diverse tra loro, di A Place To Bury Strangers e Get Up Kids. Ottime proposte, tra l'altro. Un gruppo di recente affermazione come A Place To Bury Strangers, newyorchesi dalle radici ben piantate in un certo suono inglese degli anni Ottanta, e dei quasi veterani come i Get Up Kids, una delle realtà indie-pop-core "emo" (quando il termine voleva dire fortunatamente un'altra cosa) di fine anni Novanta, soprattutto grazie all'album Something to Write Home About oggi tornato disponibile in edizione deluxe.
Gli A Place To Bury Strangers sono un trio essenziale come formazione ma dal suono molto massiccio e spugnoso (Exploding Head si chiama il loro secondo album, e l'immagine è assolutamente azzeccata: pensate ai dipinti di Bacon) che si muove tra il pop/noise alla Jesus & Mary Chain/My Bloody Valentine/Ride/Wedding Present e il postpunk oscuro ed emotivo dei Cure dei primi anni Ottanta, uniti a un sound americano influenzato dai Sonic Youth e arrivando a lambire i Big Black e il rock industriale. Non così originali ma ben focalizzati e molto energici, hanno riportato sensazioni un po' smarrite in questi ultimi tempi: chitarra dissonante, basso metronomico e ritmi serrati l'hanno fatta da padroni per tutto il set tra accelerazioni quasi frenetiche e una vibrante coda rumoristica finale che ha chiuso l'esibizione, senza bis.
I Get Up Kids, da Kansas City, sono tornati dopo qualche anno di minore attività e hanno trovato un pubblico molto caloroso e partecipe che sapeva a memoria le canzoni. Nella scaletta hanno trovato posto molti dei loro brani migliori, tratti soprattutto da Something to Write Home About, da Holiday con cui hanno aperto l'intera esibizione, a I'm a Loner, Dottie a Rebel alla lenta Valentine (per cui qualcuno ha rispolverato gli accendini) e a Red Letter Day. Nulla a che vedere con la tensione spasmodica del set degli APTBS, il gruppo di Matthew Prior - che somiglia curiosamente a un giovane Joe Pesci - ha suonato con scioltezza le sue drastiche e trepidanti canzoni all'insegna di un frizzante punk rock sentimentale (con qualche capatina nel folk e nel pop). Tra le parti sicuramente più interessanti del loro show, l'ultimo spezzone ha regalato Out of Reach, Ten Minutes e la celebre cover di Close to Me dei Cure.
di Tommaso Iannini
(10:37 - 29 lug 2010)





